… viaggio

De Chirico – Interno metafisico. 1925

LA CITTA’

Hai detto: “Per altre terre andrò, per altro mare.
Altra città, più amabile di questa, dove
ogni mio sforzo è votato al fallimento,
dove il mio cuore come un morto sta sepolto,
ci sarà pure. Fino a quando patirò questa mia inerzia?
Dei lunghi anni, se mi guardo attorno,
della mia vita consumata qui, non vedo
che nere macerie e solitudine e rovina”.

Non troverai altro luogo non troverai altro mare.
La città ti verrà dietro. Andrai vagando
per le stesse strade. Invecchierai nello stesso quartiere.
Imbiancherai in queste stesse case. Sempre
farai capo a questa città. Altrove, non sperare,
non c’è nave non c’è strada per te.
Perché sciupando la tua vita in questo angolo discreto
tu l’hai sciupata su tutta la terra.

Konstantin KAVAFIS


Sono versi dedicati a tutti quelli che cercano di fuggire, di trovare un altrove nel quale rifugiarsi, un’utopia in cui annegare la propria triste ansia di cercarsi. E la paura di trovarsi.

Sono molte le ragioni per cui ci si mette in viaggio. E sono molte le sfumature dei sentimenti che accompagnano il viaggiatore, che lo spingono, che gli fanno superare il sordo dolore dei sandali, che lo sostengono nelle salite impervie verso le vette sui cui sono adagiate le città più fantastiche.

Sono città che assomigliano ad incubi orrendi, a paradisi meravigliosi, ad oscure profondità inesplorate, ad isole sperdute, a labirinti inestricabili, a prigioni invalicabili, a plaghe sconfinate…

Ogni uomo compie il suo viaggio. Cerca la sua città. Come Ulisse, sogna la sua meta, la sua dolce Itaca.

ITACA

Se per Itaca volgi il tuo viaggio,
fa voti che ti sia lunga la via,
e colma di vicende e conoscenze.
Non temere i Lestrigoni e i Ciclopi
o Poseidone incollerito: mai
troverai tali mostri sulla via,
se resta il tuo pensiero alto e squisita
è l’emozione che ci tocca il cuore
e il corpo. Né Lestrigoni o Ciclopi
né Poseidone asprigno incontrerai,
se non li rechi dentro, nel tuo cuore,
se non li drizza il cuore innanzi a te.

Fa voti che ti sia lunga la via.
E siano tanti i mattini d’estate
che ti vedano entrare (e con che gioia
allegra) in porti sconosciuti prima.
Fa scalo negli empori dei Fenici
per acquistare bella mercanzia,
madrepore e coralli, ebani e ambre,
voluttuosi aromi d’ogni sorta,
quanti più puoi voluttuosi aromi.
Recati in molte città dell’Egitto,
a imparare dai sapienti.

Itaca tieni sempre nella mente.
La tua sorte ti segna a quell’approdo.
Ma non precipitare il tuo viaggio.
Meglio che duri molti anni, che vecchio
tu finalmente attracchi all’isoletta,
ricco di quanto guadagnasti in via,
senza aspettare che ti dia ricchezze.

Itaca t’ha donato il bel viaggio.
Senza di lei non ti mettevi in via.
Nulla ha da darti più.

E se la ritrovi povera, Itaca non t’ha illuso.
Reduce così saggio, così esperto,
avrai capito che vuol dire un’Itaca.

Konstantin KAVAFIS


Ulisse. Il suo viaggio interminabile. La sua ansia indomabile. La sua testarda perseveranza.

Caparbietà ?

Illusione ?

Sogno ?

Utopia ?

Chissà. Bisognerebbe esplorare il suo animo profondo, la sua mente acuta, la sua intelligenza pronta. Bisognerebbe leggere nel suo cuore. Interrogarlo. Sedere alla sua mensa, nella sua reggia sull’isola. Vederlo accanto alla bellissima e virginale regina. Aiutarlo ad accudire il fuoco, mentre l’aedo cieco alza il suo mite canto intinto nell’eterno mistero poetico della divina Musa. Bere con lui un calice di ambrosia, sentire insieme il dolce calore del nettare che pervade la gola, lo stomaco, le vene, l’animo. Commuoversi annegando nel blu marino dei suoi occhi, che avevano rubato al Mediterraneo il colore delle profondità immense ed inesplorate. Eccitarsi al rimbombo dei suoi ricordi di eroe vittorioso.  Compiangerlo per il destino che gli dei gli avevano affidato. Destino di cuori spezzati, incantesimi mortali, tempeste indomabili, cavalli marini imbizzarriti, mostri e venti e giganti e guerrieri e dei imbizzarriti…

Bisognerebbe avere il coraggio di ascoltare il suo racconto.

Mute parole.

Silenzio.

Deserto sonoro abitato da avventure eroiche, verità indicibili,  luoghi fantastici …


De Chirico – Ninfe presso una sorgente. 1951

IL SILENZIO DELLE SIRENE

Quando ai suoi ospiti che domandavano,
alla fine del giorno, dei
suoi viaggi e dei pericoli,
tranquillo raccontava, non sapeva
 
 
  
mai come spaventarli e quali forti
parole usare perché come lui
nell’azzurro pacifico arcipelago
vedessero il dorato colore di quell’isole
 

la cui vista fa sì che muti volto
il pericolo, e non è più nel rombo,
non nel tumulto come sempre ra;
ma senza suono assale i marinai

i quali sanno che là su quell’isole
dorate qualche volta s’ode un canti,
ed alla cieca premono sui remi,
comme accerchiati

da quel silenzio che tutto lo spazio
immenso ha in sé e nelle orecchie spira
quasi fosse la faccia opposta del silenzio
il canto cui nessun uomo resiste.

Reiner Maria RILKE

 

Scoprire la verità … ecco il viaggio. Il senso del viaggio.

La verità.

La verità, quale verità ?

La verità delle città.

La verità di Itaca.

La verità di Odisseo.

La verità dei mostri, dei maghi, dei giganti, dei venti disobbedienti, degli dei traditori e delle dee innamorate.

La verità delle Sirene.

E se invece che verità, si trattasse di misteri ?

Di inestricabili indovinelli, di sciarade insolubili, al massimo di profezie oracolari senza possibilità di interpretazione ?

Verità. Strana parola, di fronte al mistero di chi si mette in viaggio.

Quale verità può esistere nel cuore di chi ha lasciato tutto dietro di sè per mettersi in viaggio alla ricerca di qualcosa di nuovo, di diverso, di sconosciuto ?

La verità è questa.

La verità del silenzio.


IL SILENZIO DELLE SIRENE

Per dimostrare che anche mezzi insufficienti, persino puerili, possono procurare la salvezza:

Per difendersi dalle sirene Ulisse si riempì le orecchie di cera e si fece incatenare all’albero maestro. Qualcosa di simile avrebbero potuto fare beninteso da sempre tutti i viaggiatori, tranne quelli che le sirene adescavano già da lontano, ma in tutto il mondo si sapeva che ciò era assolutamente inutile. Il canto delle sirene penetrava dappertutto, e la passione dei sedotti avrebbe spezzato altro che catene e alberi maestri! Ma non a questo pensò Ulisse, benché forse ne avesse sentito parlare. Aveva piena fiducia in quella manciata di cera e nei nodi delle catene e con gioia innocente per quei suoi mezzucci, navigò incontro alle sirene.

Senonchè le sirene possiedono un’arma ancora più temibile del canto e cioè il loro silenzio. Non è avvenuto, no, ma si potrebbe pensare che qualcuno si sia salvato dal loro canto, ma non certo dal loro silenzio. Nessun mortale può resistere al sentimento di averle sconfitte con la propria forza e al travolgente orgoglio che ne deriva.

Difatti all’arrivo di Ulisse le potenti cantatrici non cantarono, sia credendo che tanto avversario si potesse sopraffare solo col silenzio, sia dimenticando affatto di cantare alla vista della beatitudine che ispirava il viso di Ulisse, il quale non pensava ad altro che a cera e catene.

Egli invece, diremo così, non udì il loro silenzio, credette che cantassero e immaginò che lui solo fosse preservato dall’udirle. Di sfuggita le vide girare il collo, respirare profondamente, notò i loro occhi pieni di lacrime, le labbra socchiuse e reputò che tutto ciò facesse parte delle melodie che, non udite, si perdevano intorno a lui. Ma tutto ciò sfiorò soltanto il suo sguardo fisso alla lontananza, le sirene scomparvero, per così dire, di fronte alla sua risolutezza, e proprio quando era loro più vicino, egli non sapeva più nulla di loro.

Esse invece, più belle che mai, si stirarono, si girarono, esposero al vento i terrificanti capelli sciolti e allargarono gli artigli sopra le rocce. Non avevano più voglia di sedurre, volevano soltanto ghermire il più a lungo possibile lo splendore riflesso dagli occhi di Ulisse.

Se le sirene fossero esseri coscienti, quella volta sarebbero rimaste annientate. Sopravvissero invece, e avvenne soltanto che Ulisse potesse scampare.

La tradizione però aggiunge qui ancora un’appendice. Ulisse dicono, era così ricco di astuzie, era una tale volpe che nemmeno il Fato poteva penetrare nel suo cuore. Può darsi – benchè ciò non riesca comprensibile alla mente umana – che realmente si sia accorto che le sirene tacevano e in certo qual modo abbia soltanto opposto come uno scudo a loro e agli dei la sopra descritta finzione.

Franz KAFKA

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