Lui, povero Cristo

L’ho visto! L’ho visto!

L’ho visto davvero. Proprio nel momento in cui si staccava da quel legno vizzo!

Ero lì sopra, in cima alla collina, per caso.

Ero andato a fare una visita al cimitero, dove sono i miei fratelli morti.

Tutti fratelli della fabbrica. Fratelli che la vita di fabbrica ha spezzato. Fratelli che la fabbrica si è presi per sempre.

Qualcuno se l’è preso perchè gli piaceva proprio, voleva farci l’amore, la fabbrica.

Qualcun altro non sapeva neanche parlare italiano. E la fabbrica se l’è preso solo per giocarci un poco.

Comunque ero lì, in cima al colle gelato dove stanno le croci dei miei fratelli, dove giocano a farsi gli indovinelli, per passare l’eternità che hanno davanti. Tanto a rincorrersi non possono nenanche giocare più.

Ero lì, dunque, davanti alla croce del suonatore Jones, quello cui De Andrè aveva dedicato la canzone che gli piaceva tanto

In un vortice di polvere
gli altri vedevan siccità,
a me ricordava
la gonna di Jenny
in un ballo di tanti anni fa.

Sentivo la mia terra
vibrare di suoni, era il mio cuore
e allora perché coltivarla ancora,
come pensarla migliore.

Libertà l’ho vista dormire
nei campi coltivati
a cielo e denaro,
a cielo ed amore,
protetta da un filo spinato.

Libertà l’ho vista svegliarsi
ogni volta che ho suonato
per un fruscio di ragazze
a un ballo,
per un compagno ubriaco.

E poi se la gente sa,
e la gente lo sa che sai suonare,
suonare ti tocca
per tutta la vita
e ti piace lasciarti ascoltare.

Finii con i campi alle ortiche
finii con un flauto spezzato
e un ridere rauco
ricordi tanti
e nemmeno un rimpianto.

Ero lissù e pensavo un pò ai fatti miei, un pò triste, mentre ripensavo ai bei momenti che avevamo passato insieme, io e i fratelli della collina.

C’era un’altra croce, un pò più giù, verso il limite del camposanto, quasi vicino al muro di cinta. Era un pò lontano, proprio dietro ad un cipresso alto e triste triste.

Ed ho visto che qualcosa si muoveva, davanti a quella croce, che sembrava così piccola da dove mi trovavo.

Ma doveva trovarsi lì, vicino al muraglione, da tanto tempo.

Doveva essere una delle croci più antiche del campo.

Io l’avevo vista lì da sempre. Anche prima che i fratelli si mettessero a dormire lì sotto le ombre fresche dei cipressi verdissimi ed ombrosi.

Lassù ci andavo anche da bambino, a giocare, a correre in mezzo agli alberi, a cercare di catturare le ombre e mettere in prigione le formiche che si nascondevano nei buchi sotto i fogli d’erba.

Comunque. Lì, quella croce c’era già allora, tanto tanto tempo fa.

Quel pomeriggio, dopo tre giorni di temporali senza sosta, era quasi l’ora del tramonto.

I tuoni spezzavano l’aria facendo tremare addirittura la terra, che sembrava arrivato il momento dell’Apocalisse.

Stavò un pò per riparami, un pò per fare compagnia ai fratelli addormentati, ed ho visto che qualcosa si muoveva davanti alla croce abbandonata.

Sembrava che qualcuno stesse scendendo da quel legno rattrappito dagli anni.

Qualcuno, forse, si era arrampicato, un discolo moccioso, probabilmente. E adesso ne veniva giù.

Ma il movimento era lento, stanco, dolente, triste.

Malinconico.

Sembrava l’eterno che scendeva da un’altezza senza fine.

Sembrava il dolore dei fratelli che non poteva essere più colmato, quando mi chiedevano di  entrare ancora volta in fabbrica, di rivedere il loro vecchio posto di comando, di giocare un’ultima volta con quelle macchine così potenti..

Quel dolore era lento, spossante, perchè nessuno sapeva come consolare quel povero desiderio inconsolabile.

Io non sapevo come calmare le loro lacrime.

Non mi piacevano mica quei momenti così, senza fine.

E quindi ero un pò impaurito.

Curioso anche.

Mi sporgevo. Ma cautamente. Quasi nascosto. Rannicchiato in me stesso.

Tremavo, quasi. Non sentivo il respiro.

Ma volevo vedere.

Oh curiosità!

Fossi stata un pò più prudente!

Ho aguzzato lo sguardo.

Ho stretto un pò le palpebre, per vedere meglio.

Una mano davanti alla fronte per scorgere meglio.

Ecco. Adesso lo vedevo.

Lui, quello, così, afflosciato, mezzo nudo, sporco, coperto da una macchia scura all’altezza del costato.

Si teneva le mani sotto le ascelle, come se gli dolessero tanto, come quando le dita restano schiacciate sotto i colpi maldestri del martello dei fratelli sui cantieri.

E si trascinava lentamente.

Strisciava a terra.

Sembrava un serpente appena sveglio dopo il letargo.

Era il ritratto del dolore.

Sulla fronte ancora si scorgeva uno strano copricapo. Una specie di corona. Frasche, foglie avvizzite. Ramoscelli secchi di rose, sembravano.

Avranno avuto le spine, pensavo. Lo avranno punto, pensai.

Povero Cristo. Dissi fra me e me.

Povero fratello.

Ero indeciso.

Volevo aiutarlo.

In quel posto, lassù, sulla collina dei fratelli ci si sente generosi, buoni, amorevoli.

E quell’immagine di dolore era così debole che sembrava implorare aiuto.

Mi feci forza.

Scesi il pendio, piano, appoggiandomi ai tronchi odorosi dei sempreverdi appuntiti ancora appiccicosi di resina profumata.

Mi nascondevo, anche, dietro quei legni storti.

E mentre scendevo un passo alla volta leggevo i nomi dei fratelli miei perduti lassù. E mi ricordavo di ogni minuto passato assieme, nello spaccio della fabbrica, quando ancora la ciminiera fumava.

E mi ricordavo dei grandi discorsi che facevamo, dei sogni, della voglia di conquistare il mondo, della lotta per chi doveva portare un fiore mezzo appassito alla Ginetta, la puttana che amavamo a turno nella baracca dietro la fabbrica.

Un passo.

Un altro passo.

Circospetto, ero giunto proprio dietro il povero Cristo.

Potevo vederlo perfettamente, adesso.

Aveva proprio un volto santo.

Sembrava il fratello Salvatore, quello che veniva da una terra lontana, clandestino, impaurito ogni volta che vedeva le guardie aggirarsi nei paraggi.

Aveva la stessa espressione addolorata del volto di Salvatore.

Me lo ricordo, quando chiuse gli occhi, svenuto, quella mattina che la macchina, in fabbrica, gli aveva mangiato un braccio.

Anche quel povero Cristo aveva ancora gli occhi semichiusi. Quasi svenuto.

Pieno di ferite.

Alle mani.

Sembrava fossero state trafitte da chiodi, come era capitato ad alcuni fratelli, al cantiere.

E ferite ai piedi. Come altri chiodi, o che altra strana macchina punzonatrice, o che bocca famelica di dolore!

E ad un fianco. Una coltellata, forse. Una pugnalata. Un colpo di lama, comunque. Fratello addetto ai campi, quindi, quello doveva essere stato il destino di quel povero Cristo.

Mi avvicinai e cercai di abbracciarlo, per aiutarlo a rialzarsi, per dargli coraggio, forza.

E lui si voltò per guardarmi.

Chissà, pensai in un lampo, cosa attraverserà il suo cuore, in questo momento.

Chissà se prevarrà il dolore delle ferite, la spossatezza di quel lungo sonno di morte dal quale stava lentamente risvegliandosi, o lo spavento per la mia improvvisa apparizione.

Si era voltato, piano, ed aveva aperto i grandi occhi scuri.

Aveva un’espressione dolce.

Dolcissima.

Stranamente dolce, pensai, visto che quelle ferite devono provocargli delle fitte lancinanti e la paura deve attanagliarlo, se qualcuno lo ha ridotto in quello stato, quasi in fin di vita.

Gli occhi scuri e profondi sembravano parlare.

dalle labbra solo un debole soffio.

Ma da quei grandi occhi!

Mi persi in quell’Immenso, in quell’Eterno, in quell’Onnipotente.

Avrei voluto interrogarlo, chiedergli, sapere.

Ma, a ben vedere, ero certo di sapere già.

Tutto.

La sua storia.

La sua vita.

La sua morte.

La sua resurrezione.

Ed io, proprio io, avevo avuto la ventura di vederlo nel momento in cui rinasceva a nuova vita!

Mosse debolmente le labbra.

Voleva parlare.

Mi avvicinai.

Avrei voluto dargli dell’acqua, tergere quel foro riarso da cui volevo far uscire in fretta quei suoni tanto agognati, quelle melodie celestiali.

Non c’era acqua.

Anche le pozze della pioggia, in quel punto un pò scosceso, non avevano lasciato depositi.

Si alzò su un gomito.

Aprì un pò di più le labbra.

Le articolò nella forma di una parola lieve.

“Fratello”, disse.

E mi guardò fisso nel fondo degli occhi.

Sentii una fiume caldo corrermi dentro, sentii un sentimento dolce.

Pensai ai fratelli disseminati su quel colle.

Mi passò per la mente che c’erano altri colli, ed altri monti, ed altri piani, dove erano piantate altre croci.

E c’erano altri fratelli.

E altri ancora.

E vidi i loro visi. I loro occhi.

Baciai i loro bimbi.

Amai le loro donne.

Abbracciai le loro madri.

Onorai i loro padri.

Pregai i loro santi.

Piansi tutte le loro lacrime.

Strinsi per loro i pugni. Tutte le forze dei loro muscoli d’acciaio mi percorsero le reni.

nemmeno le macchine della fabbrica avevano quella stessa forza che adesso mi riempiva il cuore.

Era lo sguardo di un mago, pensai.

Lo sguardo, di un dio.

Nient’altro poteva darmi quella forza.

Nessun altro che un dio poteva spingere così a fondo nei miei occhi i suoi.

Quel povero Cristo sorrise.

Sorrise solo un pò, perchè il dolore straziava la sua carne martoriata.

E mentre sorrideva ancora chiuse gli occhi.

Capii che si era addormentato.

E capivo che il suo sonno era lo stesso sonno che dormivano gli altri fratelli della collina.

Lo stesso sonno dal quale si risveglieranno quando si saranno riposati abbastanza.

E torneremo insieme, tutti insieme, ancora a giocare con le macchine nella fabbrica.

Torneremo a parlare insieme.

Torneremo a stringerci ancora una volta insieme.

Saremo una folla.

Una folla immensa.

La folla di tutti i fratelli della terra.

La folla di tutti i fratelli che la fabbrica ha strappato alla vita.

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