La storia

Nel paese l’aria si è fatta pesante. Il Primo Ministro sa che sta arrivando il momento delle grandi decisioni.

Il suo segretario gli ha appena annunciato che il Presidente della Repubblica ha sta chiamando al telefono. Con urgenza. Per gravi comunicazioni.

Certo, il Primo Ministro se lo poteva aspettare.

Aveva, si o no messo in moto il meccanismo per sconfiggere una volta per tutti il nemico politico di sempre ?

Certo, lo aveva messo in moto.

Aveva fatto di tutto per realizzare un piano perfetto. Aveva scelto una banda di veri dilettanti, inetti perfetti, incapaci e incompetenti, che non avrebbero potuto mai avere neanche un sospetto sulle sue reali intenzioni.

Avrebbero compiuto la semplice missione di consegnare i documenti con le firme all’ufficio per la verifica.

Si era raccomandato.

Aveva tutte le carte in regola per stritolare i nemici.

 Sarebbe stata finalmente, quella tornata elettorale,  l’ultimo spreco di energie spremute al suo Paese.

Il suo Paese!

Il Paese.

Era il suo, ormai.

Lui era ormai il migliore, l’unico, il solo, in grado di strappare a quel branco di cialtroni addormentati un pò di energie per dare luce alla stella più brillante della storia del firmamento!

E solo in un Paese così potevano trovarsi delle zucche così vuote come quelle che aveva mandato a compiere quella missione così semplice ed elementare. Quel compitino burocratico. Quella pratica di inutile esercizio formale. Consegnare la lista al Giudice Unico per le Elezioni.

La lista !

La lista !!

Oh, Dio!!

La lista !

Aveva fatto tanto per non far capire al suo Scrivano Ufficiale le sue reali intenzioni.

Lui, lo Scrivano Ufficiale doveva solo riempire quelle lunghissime liste di righe vuote con il suo nome. Solo il suo nome.

Solo il suo.

Il suo, di nome.

Perdio. Solo il suo!

(Così tanto ci voleva per capire che ormai era arrivato il momento del redde rationem!?)

Si solo il suo, perchè gli altri, i nomi degli altri candidati, sarebbero stati scritti sulle liste ufficiali, quelle vere, che  sarebbero state compilate in un’altra sede del Partito. Per sviare il tentativo di complotto che si stava ordendo contro di lui. Contro il Primo Ministro. E che forse avrebbe compromesso anche lui, lo Scrivano Ufficiale.

Ma era lui che volevano compromettere. Il Primo Ministro.

Lui.

Ma solo lui, solo lui, il Grande Primo Ministro, il Migliore, aveva chiaro in mente il vero disegno di quel giorno fatale. In quel giorno, in quel preciso momento si sarebbe dovuto compiere il destino della Storia.

Per il Paese.

No!

Per lui.

Essere eletto in ogni singolo seggio, in ogni singola città, in ogni sperduto angolo del Paese per conquistare finalmente, incontrastato, l’intero potere sul Paese.

E finalmente un sole chiaro sarebbe sorto ad illuminare l’alba della storia di quel Paese di disgraziati e morti di fame.

Finalmente avrebbe potuto mettere a posto tutto, in quel regno di cialtroni.

E aveva mandato quei cialtroni a compiere il destino!


Ma proprio di loro aveva dovuto fidarsi per quell’ultimo, finale, semplicissimo compito ?

Maledetti dal demonio!

Dovevano consegnare quei fogli chiusi nel plico sigillato con la ceralacca rossa!

Metterli nelle mani del Giudice Unico.

Farsi firmare la ricevuta.

Ed uscire.

Calmi.

Sereni.

Incompetenti.

Incompetenti, ma ficcanaso.

Si erano fermati, prima di andare. Avevano guardato, incuriositi, forse spinti dalla brama di ricattare proprio lui, forse per portare a compimento il complotto che il Capo dei Servizi di Polizia Interna gli aveva confidato. Avevano sbirciato le minute dei suoi fogli, nella cartella che lo scrivano aveva lasciato incustodita sul tavolo nell’anticamera.

Certo le guardie di sorveglianza non avrebbero potuto insospettirsi mai di quel branco di scimmie ammaestrate che già lavorava per lui da tanto tempo. Neanche se fossero stati sorpresi a mangiarsi un topo per intero, con la codina ancora che ancora sporgeva dai dentoni sporchi e puzzolenti da gorilla.

E avevano pensato ad un errore.

Quelle scimmie.

Avevano pensato ad un errore dello scrivano. Forse un momento di follia. Forse un gesto di tardiva ribellione. Un attentato a lui, al Primo Ministro. Un complotto.

E senza sapere cosa fare avevano preso l’uscio del Palazzo del Governo ed erano montati inebetiti sulla lunga berlina lussuosa del Ministero di Polizia. E, accompagnati dalla scorta di gorilla in abito grigio attillato, impomatati, con gli immancabili occhiali a specchio e l’auricolare tortile nell’orecchio, avevano preso, titubanti, sgommando, la via dell’Ufficio del Giudice Unico delle Elezioni.

E giunti davanti alla porta del Giudice, un ometto con gli occhialini spessi come il cannocchiale di Galileo, giudice corrotto e infedele, avevano deciso di confidarsi con quello scarto di uomo.

Invece di farsi solo dare la ricevuta.

Avevano confidato quell’orribile segreto che avrebbe affondato per sempre lo Scrivano del Primo Ministro.

Il Giudice Unico, polveroso come le carte della sua stanza, puzzolenti di orina di ratto, aveva subito compreso.

E aveva alzato immediatamente il telefono.

– “Pronto, Presidente!”

– “Glielo passo, signor Giudice”, disse la voce un pò sexi della segretaria personale del Presidente.

Belle gambe, pensò il giudice nano, ricordando la giovane assistente al telefono. Era amica del Magistrato dei Conti. L’aveva piazzata lì per spiare il Presidente. E l’aveva scelta bene.

– “Dica, Signor Giudice”, fece la voce del Presidente.

E lui gli raccontò tutto, sul complotto ordito dal branco di scimmie stupide che avevano contraffatto i fogli con le firme delle candidature alle elezioni nazionali.

Quel tentativo gli sembrava goffo, disse il Presidente.

Ma era vero. Confermò più volte il Giudice.

Allora, solenne, il Presidente disse: “Chiamerò il Primo Ministro, devo informarlo della gravità del momento”.

E sbirciando ancora un attimo, invano,  fra le gambe della sedia della giovane segretaria, le disse, solenne, ma un pò deluso: “Mi chiami il Primo Ministro”.

Non poteva certo comunicare per telefono al Primo Ministro quello che stava succedendo. Se il complotto fosse stato più esteso di quanto si potesse immaginare… anche i telefoni potevano essere sotto sorveglianza.

Allora decise di essere laconico. E autorevole, come la sua carica imponeva. E come era richiesto dalla gravità del momento.

“Signor Primo Ministro, la convoco con urgenza. Il momento è grave”.

Si era già immaginato di doversi trovare anche di fronte a quella voce grave. La voce delle grandi circostanze in cui si scrive il destino dei Grandi!

Ma non aveva mai pensato che il tono di quella voce potesse avere le sfumature dell’ultima irrevocabile volontà.

Mentre poggiava la cornetta nelle mani della sua assistente personale – anche lei splendida donna matura, rossa, carnosa, procace e provocante, fasciata in abiti costosi e profumata come una gardenia – le ultime  parole del Presidente : “Il momento è grave” suonarono sinistre, come lo scontro di lame in un duello all’ultimo sangue.

E si sentì colpito.

Sentì lo schizzo di sangue scappare fuori dalla ferita inferta da quella punta di spada acuminata che aveva scavato a morte nella sua sicurezza. Tracotante fino ad un attimo prima.

Una perla di sudore comparve sulla fronte.

La maschera del volto, piegata dalle lotte e dal tempo, divenne una smorfia .

Il colore delle guance sfiorì in un pallore marmoreo, ma determinato.

Fece ancora a tempo a vedere la forma del diadema al collo nudo della sua assistente che si avvicinava, tesa come poteva accadere solo in un momento irripetibile come quello  …

“Primo Ministro! Primo Ministro!”

La sua voce di gatta fulva seppe dire solo quello.

“Esca!”.

“Vada!”

Disse con voce rotta il Primo Ministro.

“Mi lasci”.

E la guardò ancora una volta, meravigliosa visione d’onda marina che si allontanava morbida. Avrebbe voluto seguirla, come tante volte, nel camerino privato ed ammirare i suoi seni pieni, il suo corpo di Venere in pieno rigoglio.

Ma era il momento del redde rationem.


“La voce del Presidente, al telefono non lascia dubbi.

E’ il momento.

Devo compiere l’ultima mossa.”

Pensò il Primo ministro.


Estrasse dal cassetto una fiala.

La bevve d’un fiato.


Un attimo dopo, la storia del Paese prese un altro corso …

Annunci

Un commento Aggiungi il tuo

  1. teoderica ha detto:

    Illuso………Un attimo dopo, la storia del Paese prese un altro corso ……..sgond a me sei un illuso, con la ragione hai scritto questo bel racconto, ma l’ estro ti ha fatto scegliere ( questo vuol dire che dentro di te lo sai già) il dipinto più inquietante del Bronzino…dove TUTTO non è quel che sembra….tutto in quel dipinto è fuorviante e talmente nascosto che la sua interpretazione è ancora molto dibattuta. Per la sua complessività e la sua bellezza splendente è uno dei miei quadri preferiti, si potrebbe scrivere un libro su tutti i simboli presenti, le allegorie e le metafore……grazie di avermi fatto ricordare questo dipinto così ricco di interpretazioni.
    ^_^

    Mi piace

I COMMENTI SONO GRADITI

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...