Profezia

I passi


In un letto d’ebano adorno
di aquile di corallo, Nerone dorme
profondamente – incosciente, calmo e felice:
pieno di vigore nel corpo,
e nella bella esuberanza giovanile.

Ma nlla sala d’alabastro che racchiude
l’antico larario degli Enobarbi,
quanto sono inquieti i suoi Lari.
Tremano i piccoli dei della casa,
e cercano di nascondere i loro corpi minuti.
Hanno sentito un atroce suono,
un suono di morte salire su dalla scala,
passi di ferro che la fanno tremare.
E ora i miserabili Lari impauriti
si rintanano in fondo al Larario,
si spingono, inciampano,
i piccoli dei cadono gli uni sugli altri,
perchè hanno capito cos’è quel suono,
hanno ormai sentito i passi delle Erinni.

1909.  Kostandinos Kavafis



L’oracolo non riusciva più a stare nel suo letto di legno. Le foglie secche del pagliericcio scricchiolavano e non gli consentivano più di continuare il suo sonno premonitore. Quella notte era lunga. E fredda. E inquieta. Era sudato. Nonostante il freddo mordesse i piedi nudi che sporgevano dalla tunica pesante di lana delle sacre capre dell’Elicona.

C’erano voci che non riconosceva, nella sua notte di sogni agitati. Sollevò il calice e si fece mescere dalla vestale profumata ancora una dose di ambrosia. L’aveva rubata agli dei stessi, quella ricetta. L’aveva scambiata con Dioniso, in cambio di una notte d’amore con la baccante profumata che accudiva i riti delle feste del dio.

Il dio riccioluto aveva scambiato il suo segreto per una notte d’amore con insolita disponibilità. Era abituato alle feste d’orgia e di piacere. Era l’invitato d’onore. Il suo segreto, invece, era invidiato da tutti. La sua fonte di sapienza. E di abbandono. Il dio voleva carpire il segreto dell’oracolo. Il segreto che consentiva a quell’uomo insignificante di accedere alla conoscenza riservata solo agli dei.

E anche questa era una ragione di inquietudine per il vecchio canuto che tremava nel suo letto nascosto dall’ombra della notte. Suoni. Voci. Rumori. Passi. Canti. Urla. Era come una tempesta che infuriava sotto l’impeto incontenibile degli dei. Era una notte agitata e sbattuta dai venti sfuggiti al controllo del guardiano divino. Era la notte della resa dei conti. Era la notte in cui il segreto doveva essere confidato. La promessa mantenuta.

Il calice d’oro pieno d’ambrosia dolce fu svuotato. E ancora una volta chiese alla giovane vergine di riepirlo. E ancora lo vuotò. E la confusione nella sua testa cominciò ad aumentare e a contagiarsi alla vista. Confusa dal buio. Confusa dalla malattia che gli aveva reso glauche le pupille. Confusa dagli effetti di quella pozione che il dio della Vite gli aveva doviziosamente servito.

La giovanetta odorava di vita e di gioventù. Il vecchio si accucciò ancora più in fondo al suo giaciglio. Un altro sorso gli spaccò il cuore. E dalle sue mani sbocciarono mille serpenti. E dai suoi occhi scoccarono mille e mille lingue di fiamma. E dalla sua bocca tuoni, e boati, e vortici di mille tempeste. La fanciulla innocente si accasciò al fianco della figura di dio che aveva trovato posto nel pagliericcio.

Le mani del dio erano mille. Il suo desiderio di fuoco. La vergine sacerdotessa atterrita di dover adempiere ad un dovere così terribile. Ma il dio, volubile, era tutto per il vecchio oracolo. Egli conosceva la via per la verità. Egli aveva sovvertito la sorte degli uomini divulgando le parole che erano proibite. Egli aveva avuto accesso alla sapienza degli dei, pur essendo un misero scarto impuro d’umanità.

Il cuore del dio ribolliva. Rabbia. Paura. Terrore. L’oracolo immondo aveva profanato la dimora dalla sapienza. E aveva aperto una porta nelle mura del palazzo della Verità. Rabbia, paura, terrore percorrevano i fasci di nervi del dio che emanava saette dagli occhi rivoltati e bianchi. La sua bava era fiele ribollente.  La sua natura di dio era furente e prendeva forma fuori di lui duplicando quello spettacolo d’ira terrificante.

Paura e rabbia rendevano il dio simile a un demone. Paura di essere spodestato dal trono della sapienza eterna. Rabbia per una misera carcassa umana che aveva osato usurpare il segno distintivo degli dei. Sangue. E carni lacerate. E odore di grasso bruciato. E urla. E lamenti. La ragazza aspettava che l’incoscienza dell’oblio l’allontanasse da quella scena. Il vecchio, rannicchiato in fondo al suo sacco di pelle raggrinzita silenziosamente attendeva. In silenzio.

Il silenzio diventò un macigno. A poco a poco riempì la cella sacra del tempio. La colmò del tutto. Il dio furente come un oceano in tempesta, a poco a poco, si chetò. Riprese la sua forma di candida statua marmorea con una lentezza esasperante, resa estenuante dal timore che ogni attimo d’ordine ritornasse ad assumere la forma di caos informe che aveva imperversato in quel cubicolo al centro del tempio.

Il vecchio aprì la bocca come per faceva di solito quando stava per mettere un oracolo. Sudava. E c’era freddo, in quella notte di fuoco. Il vecchio si voltò, allora, d’improvviso verso la statua del dio e sorrise triste. Tese una mano e cominciò a raccontare. Era ubriaco, forse. Il sangue gli scolava lentamente da un angolo della bocca. Forse era un rigurgito d’ambrosia che era scivolato via dal calice.

La sua voce era malferma, e le sue parole incerte, confuse, come erano sempre le parole dell’oracolo quando attingeva alla verità degli dei. Una verità che non capiva. Parole che sgorgavano come fumo dalle braci bagnate. Si alzavano e si perdevano lentamente d’intorno, lasciando un acre odore di zolfo misto al profumo dei chiodi di garofano dell’ambrosia celeste.

Nel corteo dell’imperatore, accampato fuori dal tempio, intanto, la folla di dignitari ormai orfani del loro figlio prediletto si interrogava attonita.

Nessuno aveva compreso lo sgomento dei piccoli Lari mentre avevano tremato.

E nessuno aveva udito il pesante passo delle Erinni che scuoteva il terreno, mentre si avanzavano per riscuotere il frutto della loro atavica vendetta.

Nessuno aveva udito l’imperatore Nerone piangere ed implorare.

Il frastuono delle urla mentre il corpo dell’imperatore veniva sbranato dalle mostruose creature del destino era stato sommerso da un mare di silenzioso torpore.

Nessuno aveva potuto comprendere per tempo le parole dell’oracolo.

Nessuno le aveva udite.

Nessuno aveva udito l’oracolo parlare.

E lo accusarono di tradimento.

E lo arsero su un’alta fiamma.

Mentre la statua del dio, nascosta sotto un pesante mantello rubino, sorrideva.

E d’intorno si sparse un profumo fruttato. Forse l’ambrosia, che era andata perduta dall’ultimo calice che la sacerdotessa vergine aveva riempito per brindare al segreto strappato agli dei in quella notte di fortuna per il popolo della città sottratta alla crudeltà del tiranno.


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6 Replies to “Profezia”

  1. E’ la poesia che ti ha ispirato o l’ hai scelta dopo aver scritto il racconto?
    Sai potrebbe essere anche un racconto di oggi….i politici con i loro intrallazzi e satollerie……..tutto è vanità.
    ^_^

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  2. E’ la poesia che ti ha ispirato o l’ hai scelta dopo aver scritto il racconto?
    Sai potrebbe essere anche un racconto di oggi….i politici con i loro intrallazzi e satollerie……. il loro credersi esenti, esenti da tutto.

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  3. La poesia è stata la prima.
    Poi ha fatto seguito il racconto.

    Sai, ieri sera avevo molto tempo a disposizione. Dovevo aspettare che si facesse l’ora di andare a prendere mio figlio all’uscita di una festa, a mezzanotte. Per me, che vado a letto presto, massimo alle dieci e mezzo, significava avere una lunga notte davanti…
    Allora ho preso il libro di Kavafis che ho sullo scaffale…
    Ci ho fatto le orecchie alle pagine con le poesie che mi piacciono di più. Di solito ci metto dentro dei segnalibri, fra le pagine, per segnare quelle che mi piacciono, che voglio ritrovare. Ma in questo caso mi hanno ispirato le orecchie ai fogli.
    No ho fatte tante. Si è allargato, il libro. L’ho letto già diverse volte. E trovo il greco un poeta che ha saputo dire delle cose meravigliose.

    E così, mi dicevo, metto questa, stasera sul blog. No, questa è troppo triste.
    Allora metto quest’altra. No, nenanche questa. Troppo …

    Insomma, ad un certo punto sono arrivato ai… passi.
    Ed ho capito.
    E’ scattata la molla. E… è così.

    Ma tu hai capito benissimo quello che volevo dire. Potrebbe essere, anzi è, un racconto di oggi.
    O meglio. Un racconto di oggi è come quello dell’oracolo.
    Il racconto dell’oracolo non ha nessun riferimento ai fatti vergognosi dell’Italia di oggi.
    L’oracolo aveva la sua terra ed il suo dio. Niente a che vedere con l’Italia.
    Ma quello che è successo una volta nella terra dell’oracolo è senza tempo. Può succedere dovunque. In qualunque tempo. In qualunque terra.

    Lo stesso accade ne “I passi”. Nerone può essere qualunque personaggio così pieno di sè da non sentire giungere il passo pesante delle Erinni furiose.
    Peggio per lui.
    Pagherà cara la sua tracotanza.

    E così il racconto ha voluto essere una prosecuzione dellla poesia.
    Ma doveva essere sulla stessa lunghezza d’onda. Spostando comunque più avanti quello che il poeta aveva mirabilmente scritto un secolo fa.

    Se sono riuscito nell’intento di dare una dimensione senza tempo a fatti di questo genere, allora ho raggiunto lo scopo che mi ero prefisso. Si dice così. Ma in realtà nessuno scopo. Solo un desiderio. Un sogno.

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  4. Ave Pietro…. Dalla patria delle Sortes, dove nasce il tempio costruito in onore della Dea Fortuna, l’antica Praeneste, ti saluta questa plebea di amica che ti ritrovi…. Complimenti per il racconto, mi è piaciuto, soprattutto la fine: “E d’intorno si sparse un profumo fruttato. Forse l’ambrosia, che era andata perduta dall’ultimo calice che la sacerdotessa vergine aveva riempito per brindare al segreto strappato agli dei in quella notte di fortuna per il popolo della città sottratta alla crudeltà del tiranno”…. O Dea Fortuna fai avverare questa profezia e liberaci una volta per tutte…….

    Caro Pietro, a Pasqua forse rifarò “Paulus” nientemeno che nella Basilica di San Paolo fuori le mura….. no, non mi sto montando la testa, ma ci hanno offerto questa opportunità e io, sinceramente sono proprio contenta…. (salute permettendo) chiaramente aspetto te e la tua famiglia…. sotto la statua di S.Paolo con la spada va bene? Ciao continua a scrivere, L’anima in Azione è la mia attività preferita, lo sai. Un abbraccio, Flò

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    1. Dimenticavo di ringraziarti per le foto, che magia Roma con la neve….. niente a che vedere con il 1985, ma non possiamo lamentarci, sono d’accordo con te che ora siamo un po’ tutti orfani di sole….
      ciao e ancora grazie.

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  5. Grazie a te Flo.
    S. Paolo con lo spadone (incute sempre soggezione, credimi. E poi una spada resta una spada).
    Ma se quella spada deve segnare il punto del nostro incontro… ben venga.

    Ancora grazie.
    Ciao.

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