D’Ingroia

Stava seduto in quel vecchio ufficio giallastro, con il ritratto del Presidente attaccato sul muro. Dietro le spalle. Sulla scrivania c’erano montagne di carte in disordine. Fascicoli verdi, grigi faldoni, vecchi fogli di appunti con i bordi consumati. E di fronte alla scrivania, la libreria, stracarica di tomi e volumi, dispense e atti di convegni mai aperti…

Era tardi, ormai. Era notte. Era quasi mattina.

Il sonno era passato. Fra qualche ora l’alba avrebbe fatto scappare via la vecchia notte svergognata.

Di notte accadono i delitti più infami. I balordi si scaldano al fuoco della violenza per avere la prova di essere ancora vivi. Anche quando sanno di non essere niente. E sarebbe meglio se non fossero niente. Se fossero già morti. La notte li ingoiasse ! Maledetti ! I balordi.

Uno lo avevano preso mentre ancora infieriva su una povera donna impietrita, come fosse un cavia avvelenata. Lo avevano preso ancora in preda all’orgia di pazzia che lo aveva rapito. E che aveva strappato la povera vittima alla sua serena vita insignificante.

Ahhh! Quella donna. Maledetta anche lei. Aveva cominciato ad andare in tivvù. Come una cagna va alla cuccia. Ci si trovava proprio bene davanti al giornalista, in quella spenta città di provincia. Si sentiva importante. Il suo momento di gloria. Che gliene fregava se le avevano lacerato l’utero e strappato le carni. Aveva, finalmente, il suo quarto d’ora di gloria. Davanti alla luce rossa della telecamerina portatile del reporter improvvisato.

Quella lucina rossa era come gli occhi di quel bastardo!

Li avrebbe spenti prendendoli a calci, sputandoci sopra!

Ormai di quello si vive. Dei bastardi. E delle lucine rosse…

Ma quella notte era una notte speciale.

Dietro al suo tavolo, smozzicando sigarette come fossero pistacchi, alzò lo sguardo al cielo. Ma si interruppe. La volta del solaio si interponeva fra il suo maledetto mal di testa ed il volto spazientito di Dio. Si girò, allora, verso il crocifisso, verso il punto in cui, fino a un decina d’anni prima, c’era quell’icona benevola, di quel povero Cristo che s’accollava da solo tutti i peccati del mondo.

Certo, sarebbe stata una salvezza, per lui, un Cristo ogni diec’anni. Così tutti i bastardi avrebbero trovato consolazione, almeno, ogni diec’anni. E lui non sarebbe stato costretto a fare la parte del Dio in terra. A dispensare condanne. Ad assolvere i furbi. A scacciare via il rimorso per quelli che sfuggivano alla giustizia degli uomini perchè nessun caso li aveva condannati puntandogli il dito contro, accusatore.

Il caso. Quanta importanza aveva nella vita di un uomo ? Nella sua esperienza di giudice aveva imparato che era determinante, il caso, per la dimostrazione di colpevolezza di un bastardo. Era solo il caso che faceva scoprire una traccia sfumata, un testimone che si faceva i cazzi suoi, una confessione sparata solo per l’incapacità di reggere il senso di colpa. Poveri bastardi. Se il caso non fosse esistito, nessuno avrebbe avuto neanche un giorno di condanna. E le galere della patria sconsolata sarebbero restate desolatamente vuote, digiune, come le pance dei grassi signori, allupati di sangue. Ma come quelle pance grasse, e flaccide, le galere non riuscivano a restare mai vuote. Trabordavano untuosità e lordura. Sempre. Ogni giorno. Bulimiche e flautolente.

Eh si, che una volta era un altro mondo. Poi, i tempi cambiano. Non si tagliano più le teste, non si fucila più alle spalle, in questo paese di merda non si condanna neanche più nessuno all’ergastolo. E comunque, con quei preti ad alzare preghiere e col Papa vestito coi paramenti che sembra un imperatore orientale, nessuno più resta in cella a scontare per sempre la sua colpa di esistere. La colpa. La colpa terribile di essere un bastardo.

Donne col ventre squarciato. Vecchi ammazzati a sprangate. Barboni incendiati per noia. Bambini venduti. …

Una carriera buttata.

Beati quelli in città. Là. A Roma, magari.

Là, almeno, qualche arricchito importante in cella, ogni tanto, ci va.

Un porco politico, magari, un industriale corrotto, un dirigente venduto.

Buoni per farci amicizia. Per fare carriera…

No.

Urlò.

“Cozzuto ! Maresciallo Cozzuto!!”

Inutile. Il maresciallo dormiva, oramai. Semimorto al tavolino in corridoio. Ronfava. Ogni tanto russava e sussultava indolenzito in quella innaturale posa da idiota di Stato. Inutile svegliarlo, oramai.  Il suo verdetto era deciso. Ormai era tardi. La sua idea era chiara. Come la lampada da tavolo che scodellava il suo fiotto di luce sul piano annerito di legno da ufficio.

Nessuno avrebbe mai più potuto fargli cambiare convincimento, a lui, al giudice D’Ingroia, al procuratore infallibile, al Dio sceso sulla terra per punire i bastardi. Nessuno.

Dalla finestra filtrò un conàto di luce. Forse una folata di vento improvviso aveva fatto sobbalzare il lampione per strada. O forse una nube aveva scoperto il primo sbadiglio di un raggio di sole. Era una luce di piombo. Pesante. Nera, come l’umore di una notte passata a vegliare. Già. Una luce tagliente, come una lama, un fendente, un lampo.

Un boato.

Uno scoppio.

Uno sparo.

Il maresciallo Cozzuto neanche sentì.

Il procuratore D’Ingroia s’era sparato un colpo alla bocca. Neanche si sapeva perchè. I bastardi risero forte, a mattino, quando la notizia sfuggì dalle labbra scucite di un apprendista cronista. Il procuratore. Un colpo in bocca. Ed un fiotto di sangue. Neanche tanto, però. Che non aveva sporcato neanche il bavero della giacca grigio Tasmania. Solo sul muro. Come un grasso insetto schiacciato in estate. E quel rivolo rosso. Che spariva dietro la nuca. Dentro al colletto slacciato.

D’Ingroia aveva deciso. Nessun bastardo poteva gioire.

Il caso. Il dolore. La noia. Le corna. I debiti. L’onore. Un appalto truccato. L’ansia. La colpa.

Si. La colpa.

La colpa.

La colpa.

Ecco. La colpa.

L’aveva cercata, quella parola, D’Ingraia, prima di premere il grilletto. E chissà per quale motivo, la parola non gli veniva. Il caso, chiamava.

La colpa. Non il caso. La colpa, la colpa.

La colpa. Dopo una vita trascorsa a inseguire la colpa, essa fuggiva.

Fuggiva la vita. E fuggiva la colpa.

Migliaia di bastardi erano ormai riscattati. La colpa. Per loro, ormai, niente più, mai, avrebbe contato.

Come un Cristo tornato al suo scranno, dopo il lavoro, dopo la Croce.

Così fu riposto D’Ingroia. In una cassa di noce addobbata di candidi gigli.

Riposta dietro un grezzo muro a cemento e mattoni.

E la colpa riposa con lui. Senza dargli mai pace. Rubandogli ancora l’eterno riposo.

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4 pensieri riguardo “D’Ingroia

  1. Scrivi veramente molto bene, hai talmente tanto fuoco……più tardi andrò su internet a vedere chi era D’ Ingroia……non me lo ricordo proprio …..occore che mi informi…….scrivi veramente, veramente molto bene.
    ^_^

    Mi piace

  2. Ma dai…….che figuraccia…..sei stato così bravo a raccontare, che credevo fosse un fatto di cronaca accaduto anni fa……….”sembrava vero”…….sei veramente molto molto bravo a scrivere……io credo che tu dovresti credere di più in te stesso, scusa la mia saccenza , è dettata da una “senzazione” che mi suggerisce….. che tu tu voglia un poco sminuire la tua bravura, come se tu avessi paura di dire , senza falsa modestia……….guardate io sono bravo, veramente bravo, vi amo voi grandi scrittori, ma anche io ho dentro di me una grande forza.
    ^_^

    Mi piace

  3. Si, mi piace scrivere, e le pagine del blog sono un’occasione per farlo come piace a me.
    Ma dico un’ovvietà, in questo caso. Non avrei aperto un blog (che richiede comunque tanta voglia di scrivere), altrimenti.
    Sono bravo?
    Mi fa, ovviamente, piacerissimo quando me lo dici.
    La forza.
    Chissà.
    Se tu ce la trovi un forza nelle cose che scrivo, vuol dire chè c’è.
    Ma io non posso dire granchè al riguardo.
    Certo, quando sento la stanchezza del blog (il che capita spesso, come credo a tutti noi) non sento nessuna forza.
    Ma a volte, a volte spesso, a volte di rado, ci credo a quello che scrivo. Ci credo vuol dire che ho il coraggio di metterlo in pubblico, a disposizione di chi vuole leggere, a nudo.
    … … …
    I grandi scrittori.
    Io non sono uno scrittore: non saprei scrivere un romanzo. Mi piacerebbe farlo. Ma non saprei proprio.
    Per esempio, D’Ingroia è un personaggio che provai a mettere giù anni fa, parecchi anni fa. Ed allora fu una… pagina bianca!! Solo qualche riga, su stanza, scrivania e faldoni. E poi, nient’altro.

    Volevo rispondere, nel mio piccolo, al Processo di Kafka.
    Lui, il Processo. Una condanna. Una esecuzione. Una Legge. Una colpa. Ma al libro manca il Giudice.
    Chi ha emesso la condanna. Chi ha valutato la colpa. Chi ha applicato una Legge. Chi ha fatto pesare con mano così dura la Responsabilità.

    Ma D’Ingroia non è in nessun modo la/una risposta al Processo. Non ha il peso, lui, povero giudice di provincia, per sostenere quella parte.
    E infatti la sua particina finisce presto. E male.
    Sono riuscito a dire di un giudice solo adesso che non intendevo più in alcun modo relazionarmi ad un processo. Tanto meno a quel Processo!

    Chissà, un’altra volta ci proverò meglio a dare spessore ad un giudice. Ma mai potrò cimentarmi con il Giudice in grado di emettere una sentenza così pesante come quella del Dottor K.

    Come vedi, cara Paola, non posso che volare basso. Cosa mai posso dire ai grandi scrittori?
    Solo che mi piace. Scrivere. E leggere.
    A volte.

    Però a te un grazzzzzzzzzzzzzzziiiiiiiiiieeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee con immenso piacere posso sicuramente indirizzartelo.
    E un baciotto affettuoso.

    Tanto – e ti minaccio adesso! – io continuo!

    Mi piace

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