… pensieri in direzione contraria

Avevo pensato a tante cose, per questa giornata della Memoria.

Una poesia di Celan, “Neri fiocchi”.


Neri fiocchi Neve è caduta, senza luce. È già
una luna o due che l’autunno, sotto tonaca di frate,
ha portato un messaggio anche a me,
una foglia dai pendii di Ucraina:

“Pensa che è inverno anche qui, ora per la millesima volta
sulla terra dove scorre il fiume più vasto:
Sangue celeste di Giacobbe, benedetto da asce …
Ghiaccio di un rosso non terrestre – guada il loro atamano
con tutte le salmerie nei soli che s’oscurano … Figlio, uno scialle,
che mi ci avvolga, quando scintilla d’elmi,
quando la rosea lastra si spacca, quando polvere di neve
si fanno le ossa di tuo padre, sotto gli zoccoli
scricchiola il canto del cedro …
Uno scialle, solo un piccolo scialletto, ch’io conservi
adesso, che tu impari a piangere, accanto a me
la ristrettezza del mondo, che non è mai verde,
figlio mio, per tuo figlio”.

L’autunno, madre, mi è sanguinato via di qui,
la neve mi ha bruciato:
ho cercato il mio cuore, perché piangesse,
ho trovato il soffio dell’estate.
Era come te.
Mi sono venute le lacrime. Ho tessuto lo scialletto.

Ma mi sarebbe sembrato di ripetere, inefficacemente, quello che già la voce di Maddalena Crippa ha trovato nelle viscere della “Fuga di  morte”.

Il video è ancora sul blog.


E non può la forma scritta dei versi restituire alla poesia la forza che la voce di Maddalena ha saputo dare  al sentimento con un strappo così doloroso.

Anche Garcia Lorca aveva gridato contro le apparecchiature rituali ammantate di anelli d’argento e spine dolorose. Anche quel video, per me, è pura forza sgirgata dall’arte dei poeti.


Avevo pensato che una pagina di Milena Jesenska potesse onorare questa giornata, dalla pagina di questo stesso blog. Milena è morta nel lager di Ravensbrük il 17 marzo 1944.

La pagina era già stata pubblicata un pò di tempo fa. Davvero commovente.

Un lucido ingenuo stupore.

Racconta la facilità con cui il male può e sa entrare nel circolo sanguigno di una città.

A Praga, il 15 marzo 1939.

… Quando il telefono ha squillato, martedì, alle quattro del mattino, quando amici e conoscenti hanno telefonato e la radio ceca ha cominciato le trasmissioni, la città sotto le nostre finestre aveva il solito aspetto di tutte le notti. I lampioni in fila formavano lo stesso disegno, i crocevia la stessa croce. Solo che, a poco a poco, già dalle tre, hanno cominciato ad accendersi le luci: dai vicini, di fronte, di sotto, di sopra, infine in tutta la strada. Noi stavamo alla finestra dicendoci: anche loro l’hanno già saputo. Abbiamo svegliato altri per telefono: lo sapete già? Si, lo sapevano. Un’alba sbiadita sopra i tetti, una pallida luna dietro le nubi, volti di chi non ha dormito, una tazza di caffè caldo e gli annunci dati dalla radio a intervalli regolari. E’ così che giungono i grandi eventi: piano, in punta di piedi, senza preavviso.

I giornali tedeschi hanno pubblicato un reportage sui soldati tedeschi in marcia verso Praga: la città silenziosa avvolta in un’alba che sa già di primavera, la colonna di camion tedeschi carichi di uomini a cui batte il cuore: che cosa accadrà nella città? Come si comporteranno gli uomini in queste strade sconosciute? Giunti in periferia, fermano il primo passante che incontrano. E’ un operaio che si reca al lavoro. Capiscono a prima vista che egli sa tutto. L’uomo è calmo, in silenzio e senza scomporsi indica loro la via…. (vai alla pagina)”.

Bisogna leggerla tuta quella pagina. Non basta ricordarla. Ma basta il magico click del mouse per riportare il nostro tempo in quella dimensione.

La Memoria che si celebra oggi è proprio quella che entrava a Praga sotto forma di eventi storici il 15 marzo 1939.

Per questo bisogna leggerla quella pagina. E sono contento di averla pubblicata.

Ma la Memoria non è facile da frequentare.

Io la amo, questo lei lo sa. E gioco con lei a mosca cieca, a volte. E allora mi tocca cercarla, andarla a trovare dove si nasconde. Lo so che mi sorride dietro il velo che usa per mascherare la sua apparente assenza.

Vado a cercarla, a volte, nei miei ricordi d’infanzia, di gioventù. In giardini che mi sembrano sempre pieni di verde, di fiori colorati, di tenui profumi suadenti, di baci tremanti, di paure e desideri dolci come miele.

Vado a cercarla. E credo di trovarla, a volte, nascoste sotto il trucco pesante di qualche musicista dei palcoscenici che si montavano nelle città in cui sorgevano quei giardini sempreverdi. Credo di intravederla anche se assume le fattezze di qualche rckstar ormai stanca di portare la maschera di idolo dei giovani.

E sono certo che anche lei mi ama. Le piace giocare con me. Riportarmi indietro negli anni, a quegli anni felici che si assaporano insieme alle note musicali di allora, ai colori delle bandiere sotto le quali sfilava la nostra coscienza innocente, agli ardori dei nostri ideali incontaminati.

Le fa piacere, lo so, le piace giocare con me, coccolarmi, vezzeggiarmi, con le immagini che appartengono al mio passato che non riesce a passare. I volti cari dei compagni, delle amiche, dei compagni di quartiere di scuola e di interminabili discussioni sul futuro.

Discutevamo di tutto, volevamo conquistare il futuro, il mondo, l’universo intero. Che, a quel tempo, era una meta che entrava nel mirino dei cacciatori della NASA, puntato sui mari candidi o ombreggiati di Selene.

Purtroppo la Memoria non può fare i conti con i sentimenti che provocano le sue giocose carezze. Qualcuno di quegli illusi idealisti è stato rubato dal tempo, dalla malattia, dalla disgrazia, dalla sfortuna… E’ così che ci si accorge che, piano piano, la vecchiaia comincia ad accomodarsi vicino a noi. Anche se siamo ancora giovani, forti, vitali, lei, la stagione dell’autunno, proietta i suoi riflessi di bruna ombra fredda sui nostri passi. E non ce ne accorgiamo, all’inizio. Ma quelle ombre restano dentro di noi. Non possiamo cancellarle. Si uniscono alle tracce dolorose del passaggio delle generazioni che ci furono vicine, care, teneramente abbracciate. E che sparirono all’improvviso, quasi volessero correre a nascondersi. O affrettarsi a prepararci ancora una volta il letto, la sera, o farci ripetere la lezione di scuola, o rimproverarci perchè dovevamo crescere d essere pronti, preparati alla vita…

Ma ho pensato che di tutto questo ho tempo per parlare, se non l’ho già fatto ancora.

Stasera ho voglia di non essere scontato, di dire qualcosa che sia in qualche modo fuori dal solito coro anche se devo, sento il dovere, voglio parlare di quello di cui si parla oggi: della memoria della Shoa.

Lo farò a modo mio, giustificando, guadagnando, il titolo – non originale – del post : pensieri in direzione contraria.

Non userò parole mie, stavolta. Ho provato farlo in questo scorcio di tempo. Accarezzando, semmai ne sono stato capace, il dolce volto di Memoria. Mnemosyne, come la chiamo io in confidenza, quando stiamo soli, appartati, mano nella mano.

Stasera userò le parole di Elias Canetti. Anche se avevo pensato ad altre testimonianze, altre voci del martirio, altre poetiche, altri universi, credo che il pensieri a suo modo contrario di Canetti possa essere un modo degno di dare il mio segno a questa giornata.

da: LA PROVINCIA DELL’UOMO di Elias CANETTI

La storia dei romani è la più importante fra le ragioni del perpetuarsi delle guerre. Le loro guerre sono semplicemente divenute il precedente esemplare di quanto è seguìto. Per le civiltà sono l’esempio degli imperi, per i barbari l’esempio del bottino. Poiché però in ciascuno di noi vi sono entrambe, civiltà e barbarie, la terra forse andrà in rovina grazie all’eredità dei romani.

Che disgrazia che la città di Roma abbia continuato a vivere mentre il suo impero si è infranto! Che il papa l’abbia fatta progredire! Che boriosi imperatori abbiano potuto impadronirsi delle sue rovine e con esser del nome di Roma! Roma ha vinto il cristianesimo, in quanto esso è diventato la cristianità. Ogni distacco da Roma non fu che una nuova grande guerra. Ogni conversione a Roma, agli estremi confini del mondo, un proseguimento dei saccheggi classici. L’America scoperta per ravvivare la schiavitù! La Spagna, provincia romana, come nuovo signore del mondo. Poi, il rinnovarsi delle razzie germaniche nel ventesimo secoli. Null’altro che un gigantesco accrescersi delle proporzioni, la terra intera invece che il Mediterraneo, e un numero cento volte più grande di uomini colpiti dalla distruzione. Così, ci sono voluti venti secoli cristiani per fornire all’antica idea romana una veste che ne coprisse la vergogna e una coscienza per i momenti di debolezza. Ora sta lì perfetta ed equipaggiata con tutte le forze dell’anima. Chi la distruggerà? E’ indistruttibile? L’umanità è davvero riuscita a conquistarsi, con mille fatiche, proprio il suo naufragio?

In Germania è accaduto tutto, si sono manifestate tutte le possibilità storiche ancora esistenti nell’uomo. Tutto il passato è apparso sulla scena in una medesima ora. La successione è divenuta compresenza. Nulla è stato lasciato fuori; nulla è stato dimenticato. Spettava alla nostra generazione sperimentare che tutte le migliori fatiche dell’umanità sono vane. Il peggio, dicono gli avvenimenti tedeschi, è la vita stessa. Che non dimentica nulla, che ripete tutto; e non si sa neppure quando. Ha i suoi capricci, e in ciò consistono i suoi più grandi terrori. Ma non è possibile influenzarne la sostanza, l’essenza accumulata dei millenni; a chi la schiaccia troppo schizza in faccia il pus.

Sono pezzi diversi, pensieri sfusi, riflessioni disordinate. Ma sono, credo, in tema con quello che dobbiamo ricordare oggi.


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2 pensieri riguardo “… pensieri in direzione contraria

  1. A volte mi chiedo se la memoria , se la memoria sia una bugia, cosa conta la memoria…….. Rosarno…i bimbi rapiti per gli organi……pure mi viene il sospetto di un business sugli aiuti inviati……….sarà che oggi mi sento un po’ giù……..ma siamo ancora al tempo della pietra.
    Quando cambierà, quando…….non riuscirò a vederlo.
    Ciao .

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  2. Non riusciremo a vederlo, certo.
    Però, guardandomi intorno, vedo che il mondo sta marciando col passo del gambero, Italia in testa, a tenere la fanfara.
    La memoria, cara Paola non mente mai. Siamo noi, nel caso, a farlo, quando prendiamo pezzi sparsi come schegge e li montiamo come può farci comodo.
    La verità è lo specchio sano, prima che s’infranga, ma noi possiamo solo vedere l’immagine riflessa, se siamo fortunati a vedere la verità (riecheggio il mito della caverna di Platone, no?).
    Ma, in realtà, la nostra mente non è capace di contenere la visione completa di quello che ha visto. E così tutto affiora, pezzo a pezzo, e lo montiamo come sappiamo.

    Questa finitezza ci rende perennemente insicuri circa il volto reale della verità. Ma di questo si vive, Paola cara, di questo continuo ricucire i pezzi dello specchio dispersi sul nostro tappeto.
    Ma noi cerchiamo di tenerne insieme quanti più possiamo, cercando con tutte le nostre forze di montarli nel modo giusto.
    E alle volte, spesso, sentiamo dentro di noi la certezza che due schegge siamo riusciti a ricomporle.

    E invece ci sono quelli che provano solo a fare finta, perchè, poveretti, credono di averla loro la verità, di doverla fare ingoiare agli altri.
    Poveretti.
    Quando si accorgono dell’errore sono finiti.
    E spesso finiscono la loro esistenza in modo tragico.
    Ma non provo nessuna pità per loro. Perchè lo sanno che stanno fingendo, e sanno che il loro gioco è sporco.

    Poi c’è un altro aspetto della memoria. Quello che ci permette ad ognuno di costruire il libro della propria esistenza.
    Pensaci, Paola mia, cosa è “la mia vita” ?
    Miliardi, fantastiliardi di immagini, di attimi, di respiri, di battiti, di impulsi di memoria (li chiamerei bit, in analogia al linguaggio informatico, se non sapessi che già un bit è fatto di fantastilioni di impulsi d’interconnessione delle nostre sinapsi), di lettere d’alfabeto montate insieme con la lingua, di sguardi sospesi dietro il battito impercettibile delle palpebre…
    E come facciamo ad estrarre da quella miniera inesauribile di “istanti” incorporei, infinitesimi, indefinibilmente impercettibili, la nostra “storia” ?
    C’entra qualcosa, lì, la memoria.

    Un abbraccio

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