TULUM

Affacciato sulla collina che poggiava sulla bianca rena della spiaggia ad ovest della culla del sole, Quipeg scrutava l’orizzonte.

I suoi dei l’avevano predetto ai suoi avi.

Lui sarebbe stato il primo.

E l’ultimo.

Il primo della sua gente, del suo mondo a vedere le candide camicie issate in cima ad alberi senza fine, che toccavano il cielo, sospingendo mostri più grandi del più grande degli amimali che la sua terra aveva mai visto nascere.

Ma lui sarebbe anche stato l’ultimo. L’ultimo re. L’ultimo re dei re.

L’ultimo sacerdote.

L’ultimo dio.

L’ultimo della sua gente.

L’ultimo a capire che la fine arrivava dal mare, accompagnata dalle insegne di un re sconosciuto, a bordo di un guscio di legno grande più della più grande canoa che tutta la terra dei popoli Maya aveva mai saputo costruire.

Quipeg. Io lo chiamo Quipeg.

Il suo vero nome, il suono della voce, delle voci di bellissime fanciulle, bambine regine, che lo chiamavano per vederlo sorridere, pieno di orgoglioso desiderio, è un suono che non ho mai udito pronunciare.

Quipeg era affacciato all’apertura dell’osservatorio che il gran sacerdote aveva fatto innanlzare ai margini della jungla della terra senza confine dei popoli Maya.

Il mare, davanti ai suoi occhi, era una distesa tiepida e piatta. Solo alcune chiazze più sfumate indicavano l’affiorare di qualche secca. Pericolo per le canoe dei popoli lontani. Salvezza per i pescatori, che trovavano sollievo e riposo dalla fatica di inseguire le prede più scaltre e imbizzarrite.

Il mare era di un  turchese, quel giorno, come mai era stato prima. Almeno, mai così lo aveva visto Quipeg.

Era calmo, fermo, come il foglio sul quale il gran sacerdote aveva disegnato il futuro dei popoli Maya.

Nati dalle spighe del mais caro agli dei.

Il destino dei popoli maya era disegnato con segni intellegibili solo ai grandi sacerdoti. Ed erano segni che parlavano chiaro. Con tono di minaccia. Incutendo timore. Angoscia. Spavento. Terrore. Malinconica rassegnazione.

Nel disegno si distinguevano navi, e marinai, ed un condottiero, con gli occhi neri e la lunga barba incolta.

E con un grande desiderio infilzato nel fondo degli occhi neri.

Infilzato come un colpo di pugnale.

Un desiderio innaturale, ripugnante, sconcio.

Era un lampo, quel riflesso nel disegno.

Un lampo che partiva dal fondo dell’anima del grande esploratore venuto dalla terra della culla del sole.

Un lampo che trasformava in dolore il sorriso stampato sulle grandi labbra rosse del grande sacerdote.

Labbra che erano diventate livide quando si erano mosse per dare forma e suono alla storia del grande viaggio dell’esploratore venuto dalla terra del sole non ancora maturo.

Labbra che si erano fermate per sempre, prima di terminare il racconto.

E si erano serrate anche le  labbra di Quipeg, quando aveva visto la grande camicia bianca innalzata sull’albero infilzato nel cielo, sul piano di quel grande guscio di noce che galleggiava al centro del mare turchese di Tulum.

Era da lì, da quella terra, da quella spiaggia bianca sulla quale si riscaldavano le iguane senza paura, da quella riva sulla quale si specchiavano le mura delle case del fortunato popolo dei Maya di Tulum, era da lì che si sarebero avvistate le insegne delle terre d’Europa innalzate sui pennoni delle galere di Porto e di Valencia.

Era da lì che sarebbe arrivata la fine per i popoli Maya.

Era quel turchese il colore che avrebbe accolto le anime degli  ultimi figli della terra dei Maya.

Dopo, pochi anni dopo, meno di quanti la vita di uomo ne potesse contare, i popoli Maya sarebbero diventati schiavi dei conquistatori arrivati dal mare.

Cosa sarebbe restato degli dei dei popoli dei Maya? Dei loro astri? Delle loro dimore reali?

E cosa sarebbe rimasto dei loro re, dei loro tesori, delle loro città?

Solo la bianca striscia di spuma sulla sabbia candida, innocente come il candore dei seni della regina-bambina, padrona e moglie di Quipeg.

E la stria di sangue lasciata dietro le navi dai conquistadores venuti dalla terra del sole bambino, guerriero senza pietà.

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. teoderica ha detto:

    Caro Piero un bellissimo testo, hai spiegato mitologicamente e con poesia uno dei fatti orrendi che l’ uomo in nome di un futuro migliore, compie e non si stanca di compiere.
    Annarita ha fatto un post simile su Scientificando, ispirato dal film Avatar…….strano che pure tu citi ….Era quel turchese il colore che avrebbe aaccolto le anime degli ultimi figli della terra dei Maya……….perchè io identifico Avatar proprio con quel colore.
    Baciotti.

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  2. pietroperrone ha detto:

    Paola, grazie del bel commento.
    Devo però precisarti che il turchese del racconto non ha nulla a che vedere con il film in circolazione in questi giorni. E si. sarebbe strano. Hai ragione.

    Io ho provato a raccontare quello che ho provato quando sono stato proprio lì, qualche anno fa. E’ stata un’esperienza davvero molto interessante. E viva.

    La terra dei Maya è piena delle tracce di quella civiltà. Ed anche il popolo dei Maya è ancora vivo. E finalmente sta riscoprendo l’orgoglio delle proprie radici.
    Radici che furono spezzate dai conquistatori europei, arrivati, un giorno proprio sulla spiaggia di Tulum. Ed avvistati proprio da quell’altura, sporta sul mare turchese, che bacia la bianchissima spiaggia su cui si crogiolano ancora oggi le iguane, olrte ai gruppi (ahimè) di turisti indaffarati a fare foto e fuggire.

    I conquistatori impiegarono qualche anno a trasformare la civiltà dei Maya in un cumulo di rovine ed in una riserva di schiavi. Depredarono tutto, distrussero, incendiarono, razziarono, violentarono e rubarono. E fecero tutto questo in nome dei re, della cristianità e della civiltà europea.

    Lì, a Tulum restano ancora le rovine della cittadina, testimonianza dello strano modo di definirsi della nostra civiltà: evoluta? o barbara?

    Quel punto della costa, comunque, conserva anche il ricordo del primo avvistamento. Lì cominciò. Quello ho visto e quello ho raccontato. Quipeg è certo un’invenzione, nel nome.
    Ma non è inventato nulla riguardo a ciò che avvenne in quell’attimo fatale in cui si incontrarono lo sguardo innocente della prima sentinella sull’osservatorio in cima alla collina e le insegne sconosciute di una civiltà che veniva dall’altro lato dell’esperienza umana.

    E’ stato l’incontro fra due sorelle in carne ed ossa.
    La carne e le ossa della storia dell’uomo Maya.
    E la carne e le ossa della storia dell’uomo europeo.
    Due sorelle.
    E si prova un grande dolore a pensare che la sorella che ama definirsi evoluta, civile, elevata, non abbia esitato neanche un istante a sopprimere nel sangue l’altra, così dolce, e tenera, ed innocente. Una bambina candida.
    La vincitrice, non è forse una strega?

    Questo ho voluto raccontare, Paola cara.

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