TERRAMARA

Han von Marées, “Esperidi (trittico)”, München, Neue Pinakothek

Oggi più brulla

è la terra già brulla

d’inverno. Marcìta.

Annegata di pioggia.

Sterile solco.

Secco ventre di donna.

Non cresce più l’uva

e marciscono i pomi,

cura delle  Esperidi,

d’oro, perchè un giorno

Eracle stesso li rubasse,

per essere eterno.


Appassiscono i fiocchi

di candida neve,

scolano via.

I cuori son brace

gelata, nella terra

dei poveri. Spenta,

inutile cenere.

Nera. Consunta.

L’inganno ad Atlante

di un artiglio di cane

strappato ha già via

l’ultima fertile zolla.


Fuggono i Nubii

portandosi appresso

il seme del mondo.

Nessuna speranza,

più oggi feconda

l’orizzonte di fuoco.

Morte. Silenzio.

Immota quiete

di tenebra marcia.

Vedova terra,

vergine eterna,

manto dei morti.


L’immensa ferita

dei tuoi solchi di sangue

più non rimargina.

Sanguina !

Respingi i tuoi figli,

gl’ignudi angeli neri.

E invece nutri dei mostri,

ungulati, e deformi,

invece che i frutti,

o che il vino. Odorosi.

O terra colonia, una volta,

magna terra dei greci.


O terra, madre mia terra,

lo so, stai piangendo

tu pure, cara, tenera, madre.

So bene, io t’ho offesa.

Lo sento io stesso

il dolore impotente

che ti gela le vene.

E invece di urlare, inveire,

contro il tuo utero caldo,

dovrei fare la guardia,

di giorno, e di notte,

e imparare ad essere uomo.

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2 Replies to “TERRAMARA”

  1. Continuo la conversazione qui, perchè vedo che stai scrivendo in poesia ciò che avevi raccontato.
    Oh, anche i miei racconti sono tristi ( io posso toccare il punto più basso della tristezza, ma proprio per questo posso toccare punte più alte di attimi felici) e sono tristi perchè come te cerco di raccontare la verità, quello che ho sperimentato o visto io stessa. io racconto perchè cerco…cerco cosa …non lo so cerco di fare ……un po’ di luce, in primis a me stessa e poi coi commenti ciò accade veramente…….spero che serva agli altri come serve a me, io ricevo e do quello che posso.
    Un abbraccio.

    Mi piace

  2. Cara Paola, mi fa schifo quell’Italia che sprofonda nella molle fanghiglia razzista.
    Non trovo le parole!
    Ma come, in Calabria, terra di emigranti, terra in cui non esiste famiglia che non abbia perduto, seminato nel mondo qualche suo figlio alla ricerca di quello stesso futuro che cercano oggi quei poveracci scacciati come cani a fucilate.
    Ma come, in quella terra, quelle famiglie che venivano offese dalle offese che i porci ricchi del nord, o d’Europa, delle Americhe grasse, rivolgevano ai loro figli adorati, a quei pezzi di cuore di mamma!
    Ma come, hanno già dimenticato?
    E cosa serve per conservare la memoria?

    Provo solo ribrezzo, nausea, ho voglia di vomitare.

    Si da la colpa alla ‘ndrangheta. Adesso. Sono loro i colpevoli.
    Loro hanno solo acceso la miccia.
    Paola mia, la belva. Ricordi, la mia belva? Aspettava. Consumava impaziente il suo tempo!
    E Rocky. Aveva un sorriso che si apriva sui denti d’oro, mentre versava il suo sangue infetto su quella terra marcia di polvere grassa.
    Aveva il cerino per accendere la miccia.

    Ma la polvere nera? La bomba?

    Neanche la chiesa ha osato fiatare. Poche parole di circostanza. Come quelle che si dicono ai funerali: sono sempre i migliori che se ne vanno.
    Bene, facciamo le quote nelle classi. Anzi. Cacciamoli proprio, quei mostri, quei demoni, spariamogli addosso.
    Già fatto!!

    Non si tratta di tristezza, Paola cara. E’ disgusto. E’ dolore. Vero dolore.

    Scusa lo sfogo.
    Tu sei più pacata. La tua verità, quella dei tuoi peoples è una verità che certo è triste, ma è anche delicata, come i disegni dei bambini, i disegni che fai tu, che non sono disegni di bambina, ma dolci come i disegni dei bambini.

    Io così ti sento, Paola, dolce e tenera. E un pò triste. E così scrivi, così sono i tuoi peoples.
    Danno e ricevono.
    Sono vivi.
    E’ questo che conta.

    Mi piace

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