ROCKY

La periferia della città è come tutte le periferie delle cità del sud. Squallida abbastanza da generare ignoranza ed insensibilità diffuse. Ma anche rigogliosa di vita, ribollente, vita che, come perla rara, pietra così preziosa da non avere prezzo, in certi casi, casi isolati, le creature che  abitano lì dentro portano addosso il marchio suicida del genio, o dell’eroismo, se non addirittura della santità.

La periferia è di case basse, senza intonaco, a mattoni rossi, incalcinati alla meglio. E’ tagliata da strade polverose, piene di buche, ostruite da piloni smozzicati di ponti che conducono verso circonvallazioni che circondano solo il nulla delle campagne abbandonate alle torme di cani randagi.

Le case basse non sono vere case, ma baracche, capanne, tuguri.

Tugul.

Sotto al sole d’agosto sembrerebbe Africa, guardando i fantasmi vestiti di stracci , con la pelle nera, sudati, sporchi e maleodoranti. Stanchi. E’ la stanchezza che quelle anime vagolanti hanno accumulato come un tesoro inestimabile, come una collezione inesauribile. La stanchezza e la miseria. Stanchezza per ore passate come schiavi a lavorare nel nulla delle campagne di pomodori, o sugli scheletri di morte che avvolgono le nude costruzioni avvolte dalle bende di lamiera rovente nei cantieri. E la miseria, ormai, unica compagna di vita, solo la miseria, riempie le loro pance, circola nelle loro vene, tiene insieme le loro membra.

Miseria, mostro nero, con la pelle nera, madre di quei fantasmi di periferia. Miseria, ventre fertile che sforna milioni di figli su  una terra madida e fradicia e che li spinge a bordo di gommoni guidati da negrieri con i denti d’oro. Miseria che diventa ancora più miserabile quando deruba quei nullatenenti delle magre speranze riposte come eruzioni  di fantasia malata nel futuro irreale lontano dal proprio tugul. O della propria capanna. O della baracca, per i più fortunati, delle favelas di qualche metropoli urbanizzata del cuore nero della terra.

La periferia della città è piena di dolore. Puttane, schiavi, servi, corpi in vendita, di tutte le età e di ogni sesso. Corpi senza prezzo. Carne senza valore. Meno di una bistecca. Meno di una zampa di pollo, che almeno è buona nei riti satanici per invocare qualche povero diavolo disperato che abita il  pantheon depresso della periferia più povera dell’Inferno. E’ il dolore di chi non ha futuro, di chi vede morire la speranza ogni giorno, centimetro per centimetro, come affetta da una cancrena incurabile.

La periferia della città è piena di dolore. Ma è piena anche di uomini cattivi, delinquenti, capibastone, caporali. Sulle loro labbra brilla sempre lo stesso ghigno traverso, da cui balena la morte che abita nei loro cuori. Una morte fatta di ferite quotidiane, di prepotenze, violenze, soprusi, ricatti, rapine, che hanno rapito ogni sentimento e trasformato quegli uomini in belve selvagge. Sbranare i propri simili, per quelle bestie senza dignità, è ormai più un’abitudine come la bulimica femelicità dei mostri di qualche horror da B-movie, piuttosto che una strategia di sopravvivenza ferina. Massacrare, violentare, abusare dei corpi e delle menti dei disperati neri per la paura e la miseria, più che per il colore della pelle, che abitano quella periferia, brutta come le periferie brutte delle città del sud.

Ma l’abitudine al dolore non si forma neanche su quei corpi neri come il carbone. Corpi d’Africa, dell’Africa di ogni continente. Corpi che portano tatuato sulla pelle il destino della sofferenza e della morte. Ma non l’abitudine al dolore. Quella scivola via ad ogni temporale e lascia quei corpi feriti, malati, piegati sotto il peso di quei tauaggi di sofferenza tatuata o di morte. Ma il segno dell’abitudine al dolore non resta. Basta un colpo di vento, un raggio di sole, un sorriso ricevuto anche per sbaglio, un sussulto dell’anima, e il dolore perde la forma dell’abitudine.

Il dolore fa presto a trasformarsi in rabbia, incontrollata, frustrata, repressa. Ma incomprimibile. Esplode come una bomba. Ferisce come una granata. Penetra in profondità come un coltello ricurvo. Infetta come una lama arrugginita. Sbudella. Trancia. Tritura. E’ come un uragano che non lascia nulla intatto, neanche l’ordine del mondo o la scala del tempo. Il dolore.  Quel dolore è il dolore di generazioni, di popoli cui sono stati rubati i villaggi, le terre, le foreste, i deserti, le tradizioni, le culture, le storie, gli dei. Quel dolore quando si fa rabbia rende ciechi. Rende barbari. Rende duri e violenti. Assassini. Kamikaze.

Ma una belva è una cosa diversa. Rocky era una belva. Una belva assetata di sangue. Una belva che per pochi euro poteva rubare la vita ad un proprio simile. E che per puro divertimento  poteva giocare  a fare il gatto con uno di quegli animali neri, senza pelliccia, meno che topi, meno che zoccole di fogne, meno che pantegane. Rocky non aveva coraggio. Aveva solo il disprezzo per quello che aveva intorno, per quello che era, per la vita che doveva condurre in quella fogna a cielo aperto di quella periferia sporca di una città del sud.

Rocky era stato preso da uno di quegli animali infestati di rabbia che si erano ribellati in una sera umida e piovosa. Era stato preso a tradimento. Come una bestia alla tagliola. Scorrazzava indifferente all’immondizia che aveva dentro, sopra un motorino rubato, volteggiando sotto il semaforo spento che pendeva da un palo arrugginito e pencolante. Scorrazzava fra la carcassa di un’auto bruciata ed un cumulo di calcinacci abbandonato sul ciglio della strada senza cunetta, al cui bordo scintillava, al mattino presto, controsole, il rigagnolo di una scolo puzzolente.

Era stato preso da una belva rabbiosa. Era schizzata da un incrocio abbrancandolo al collo e gettandolo a terra, nella polvere  biancastra e pesante del cemento marcio. Aveva visto il giubbotto di pelle insozzarsi ed aveva provato un moto di rabbia irrefrenabile. Ma la sua rabbia era una rabbia impotente ed il suo corpo  era un corpo paralizzato dalla paura. Sembrava un cucciolo di lepre tra le grinfie dell’aquila piombata, nera, dal cielo, con le ali spiegate, gli artigli protesi, la forza del vento sotto le ali, l’orgoglio a fendere la scia d’aria che sfiorava le piume nobili.

Lo ha travato la pattuglia della Madama che spiegava la sua sirena su quella strada di periferia. Una periferia morta. Sconcia come un corpo decomposto. Aveva la gola tagliata. Sgozzato come un agnello. Come la povera Amanda Knox. Il corpo martoriato come quello del piccolo Samuele di Cogne. Immerso nel suo stesso sangue. Come quello di Chiara Poggi di Garlasco. Non c’erano impronte di scarpe, a fianco a quel tronco carbonizzato, nè segni biologici utili ai rilievi della Scientifica.

Solo, nella polvere grassa della discarica edile abusiva che lo aveva accolto amorevolmente come una tomba scavata di fresco, era rimasta un’impronta di piede nudo. Deforme.

Un piede enorme. Un’impronta fonda, rincalcata, pesante. Sembrava più  l’impronta di un orango che quella di un uomo. Un’impronta di bestia. Un’impronta d’animale.

Un’impronta d’Africa.

dedicato al mondo che sta esplodendo (Rosarno, Castelvolturno, Afriche d’Italia).

2 thoughts on “ROCKY

  1. Talmente tristi e dolorosi i tuoi racconti, soprattutto perchè sono la realtà.
    Non hanno bisogno di commento …sono lì NUDI.
    Mi limito a soffermarmi sul tuo stile, che mi sembra essere più intimistico, più veramente tuo.

    Mi piace

  2. La realtà, hai ragione, è proprio dolorosa e raccontarla mette in mostra la tristezza.
    Ma c’è anche un’alta faccia della realtà, nascosta dietro quell’impressione di tristezza.

    La tristezza, almeno questa che promana dai fatti – più o meno realistici – di queste paginette, è già un giudizio, un sentimento che deriva dal dolore dei fatti.

    Quello che io cerco di fare – direi con un invece, contrapponendo la mia intenzione al tuo giudizio (ma sai che mi fa molto piacere essere giudicato) – è proprio raccontare. Raccontare la realtà. Si, è importante questo per me. Per conservare lo scopo “ultimo” che si propone questo blog.
    In una città accadono fatti e si raccontano e si commentano, quei fatti. O si racconta e si commentano i fatti che accadono in altre città.
    Certo, in una comunità si coltiva la memoria, anche. E attraverso la memoria si veicolano anche i valori in cui crede quella comunità.
    E si tengono spettacoli, si recitano poesie, si canta, ci si vede, si ci incontra…
    Eccolo, il senso della “repubblica indipendente”. E’ questo.
    I racconti che prendono a pretesto la realtà sono ciò che passa attraverso la mia sensibilità e diventa proposta per chi legge.
    E queste proposte vorrebbero essere e continuare ad essere anche un modo per vedere quello che c’è dietro alla realtà, dietro ai fatti ed alle immagini che provengono dal di fuori, dal di fuori di noi, dal di fuori della città. Anche nel senso che la città, la repubblica indipendente, è una metafora in bit di noi stessi, della nostra realtà.
    Metafora, ho detto. Avrei potuto anche dire riflesso, come l’immagine che si muove nello specchio.
    Metafora, riflesso, sempre parziali, di quello che siamo e di quello che entra dentro di noi dal di fuori, attraverso la quotidiana immersione nella realtà.

    Raccontare il dolore, in questo senso, per me non vuol dire fare una poesia del dolore. Non vorrei essere preso per un “poeta malinconico” (poeta sarebbe un vero furto, l’appropriazione indebita di una qualifica nobile che io non ho. Ma poi malinconico non mi rispecchierebbe e dovrei rifiutarlo).
    Il dolore è il soggetto principale di questi racconti perchè è in questo dolore che si vive, che siamo immersi. Oggi, almeno, così vedo, percepisco, sento, la realtà, il mio tempo, il nostro tempo.
    E vorrei vederlo cambiare. Vorrei che i miei racconti suscitassero una riflessione, facessero scaturire una semplice domanda: ma è inevitabile vivere immersi in questo dolore? Meglio: è inevitabile che il mondo oggi viva immerso in un mare di dolore senza avere i mezzi per nuotare, per non naufragare, non restarne annegato?
    Per questo racconto.
    Per questa domanda.

    Anche i tuoi racconti Paola, molto spesso sono tristi, no? E’ la stessa ragione che li fa essere così?

    Non si potrebbe vivere (rectius: il modo di vivere degli uomini occidentali/italiani di oggi) ispirando i propri comportamenti a valori, sentimenti, pricìpi, più gioiosi, più umani, più soddisfacenti (che generano soddisfazione)?

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