IL PRESENTE. ovvero UNA RISPOSTA A KAVAFIS

Che aspettiamo, raccolti nella piazza?

Oggi arrivano i barbari.

L’ansia si sentiva come una fitta che trafiggeva il costato di quella folla rivolta con lo sguardo vuoto verso il mare bianco. Il respiro di quella torma di statue di candido marmo gelido era spezzato, un singulto violento. Il ritmo irregolare non rammentava più le armonie dei flauti e delle lire davanti all’ingresso del tempio, dove il sacerdote ancora beveva il sangue fumante del toro appena sgozzato. Nell’aurora di quei gelidi mattini i cori si innalzavano ancora santificare gli dei, che, felici, guardavano verso il basso, con riconoscente benevolenza, verso le loro fedeli creature…

Perché mai tanta inerzia nel Senato?

E perché i senatori siedono e non fan leggi?

Oggi arrivano i barbari.

Che leggi devon fare i senatori?

Quando verranno le faranno i barbari.

L’aula del Senato era rimasta vuota, ancora ingombra delle pergamene che gli scribi avevano compulsato nervosamente mentre il dibattito diventava lite, prima e poi, alla fine, nella drammatica fine di quell’ultimo giorno segnato dal destino funesto, traboccava di sangue. Sangue vermiglio era sgorgato dalle vene azzurrine di quei vecchi ormai ciechi. Sangue purpureo aveva insozzato le candide toghe degli dei dalla Patria. I corpi di molti giacevano ancora riversi sui banchi di legno. Una riflesso brillò improvviso sul filo di una daga brunita.  Il sole lampeggiò offeso e sinistro dalla finestra ormai cieca.   Un gran dibattito c’era stato. Una gran paura. Un gran tumulto.

Perché l’imperatore s’è levato

così per tempo e sta, solenne, in trono,

alla porta maggiore, incoronato?

Oggi arrivano i barbari

L’imperatore aspetta di ricevere

il loro capo. E anzi ha già disposto

l’offerta d’una pergamena. E là

gli ha scritto molti titoli ed epiteti.

Lo sguardo era vuoto, come l’occhio, vitreo. E la lingua, secca, come il sangue, che nulla più riusciva a scogliere in quel corpo d’imperatore ormai pietrificato nell’attesa. Era inerte. Spento. Il tempo. Secoli. Millenni. Il tempo dei tempi che fino ad un’ora prima, prima che arrivassero i messaggeri dai confini dimenticati, avevano donato alla stirpe imperiale il domino sul mondo, ora, quel tempo senza fine, pesava come una condanna inespiabile. Il fiume che aveva portato l’imperatore al culmine della luce, al trionfo senza fine sui popoli sterminati del globo terrestre, ormai sommergeva quel povero cuore straziato nell’attesa. Un macigno pesante come il Monte degli Dei grava su quel vuoto corpo  trascinandolo a fondo nel corso della corrente.

Perché i nostri due consoli e i pretori

sono usciti stamani in toga rossa?

Perché i bracciali con tante ametiste,

gli anelli con gli splendidi smeraldi luccicanti?

Perché brandire le preziose mazze

coi bei caselli tutti d’oro e argento?

Oggi arrivano i barbari,

e questa roba fa impressione ai barbari.

I barbari arrivano. Arrivano. Arrivano i barbari. Urlavano i messaggeri. Strepitava la folla aprendosi al loro colpo di dardo. Urlavano, rombavano come tamburi e scuotevano i presenti. Stordivano il tempo che va, sena sosta, imbelle e placido, interrompendone il corso. Cavavano i denti affilati alla serpe velenosa del passato, perennemente affamata di vita. Svuotavano il cielo a chi voleva alzarsi in volo verso  il futuro, ingenue creature, col vuoto nel cuore. I barbari. I barbari. Arrivano. Arrivano i barbari. I barbari. I barbari. I barbari. Arrivano i barbari. I cittadini. Impazziti. Sorpresi. Storditi. Inebriati. Muti. Paralizzati. Chi erano i barbari. Chi erano i barbari ? Chi erano ? Chi ? Chi erano i barbari ? Chi erano. Chi erano i barbari ? Arrivano. Arrivano. Arrivano. I barbari. Arrivano. Mostri. Urla impaurite. Sangue. Un massacro. Un impeto sacro. Furore. Poi, sdegno. Nessuna pietà. Arrivano. Forse. Angeli. Candidi spiriti.  Santi. Beati.  Impettiti negli ori. Arrivano. Arrivano. Le ali spiegate. Le chiome fluenti. Le barbe annodate. Le armature di bronzo. Riflesso del sogno. Gli ori. Le pietre. I gioielli. I preziosi. I broccati. Gli argenti. Le spezie odorose.

Perché i valenti oratori non vengono

a snocciolare i loro discorsi, come sempre?

Oggi arrivano i barbari:

sdegnano la retorica e le arringhe.

Il silenzio era presàgo. Era muta la morte. Parlavano solo i bambini. Lo sguardo vitreo, gli adulti. Rivolto lontano, al mare profondo. E i saggi, ciechi, ammirati, votàti all’abisso. Le finestre delle basiliche adornate di vitree  statue vomitavano luce nera di pece che avvolgeva le strade, sommergeva i palazzi. Annegava il respiro. Un silenzio di morte si sprigionava violento dalle bocche serrate coi denti spezzati. Un frastuono di stridule lingue mute. Latrati feroci. Le grida, straziate, attutite dal silenzio del cuore. Orazioni di morte. Preghiere di ghiaccio. Celebrazioni sospese. Solo il gelido della rigida attesa. Discorsi. Comizi. Arringhe strillate. Un esercito di sordi. Un manipolo  di muti oratori. Parole. Parole. Parole. Soltanto parole. Prima alte. Poi basse. Poi piane. Mai sdrucciole. Parole. Parole. Parole di sillabe spente. Vocali. Accentate. Puntute come aghi avvelenati. Crudeli. Come i chiodi della Croce. False. Come le preghiere agli dei pagani. Inganni. Nei comizi. Inganni di vuote parole. Strette, le bocche dei tribuni censòri.

Perché d’un tratto questo smarrimento

ansioso? (I volti come si son fatti serii)

Perché rapidamente le strade e piazze

si svuotano, e ritornano tutti a casa perplessi?

 S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti.

Taluni sono giunti dai confini,

han detto che di barbari non ce ne sono più.

Silenzio. Improvviso. Silenzio calò. Solo il silenzio restò. Solo il silenzio a regnare su quel mare annientato dalla scura pece del sole. Sparite  le stelle. Sparite.  Se ne andarono, le povere stelle. In silenzio. Piangendo. Nascosero la triste mestizia dietro la scia di mille lacrime cadenti. Cercò inutilmente di nascondersi, divincolandosi insistente fra le mani dei corazzieri,  la povera luna. Diventava una falce abbagliante, in cima al tetro bastone della piangente Tenebrosa.  S’era fatta notte, oramai. I banditori avevano rotto quell’incanto d’inganno. I barbari. Dove sono andati i barbari. Dove? Dove sono andati ? Rapiti, forse, da un dio malevolo. Rapiti. Rubati. Un dio malvagio ha affondato l’impero. Il buio. Il silenzio e L’oblio. La nebbia. Densa la nebbia. Lattiginosa e soffice. Dolce manna avvelenata. I banditori hanno tramato. I barbari. Dove sono. Dove sono andati ? Dove sono i barbari ? Dove arriveranno ? Per Dio, dove sono andati oramai ?

E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi?

Era una soluzione, quella gente.

Il silenzio, il buio, la quiete. Fanno paura a quest’ora. L’oracolo cieco è restato da solo. Sconfitto. Morto. Dissanguato il suo potere. Perduta la memoria. Svanito il futuro. Sconfitta la speranza. Sui banchi del Senato resta la polvere, la pietra consumata. Colonne smozzicate dai secoli come sfatte cosce di donne da strada. Oltraggio di empie varici impietose. Purulente ferite inferte dagli anni trascorsi insensati. Così resta la capitale dell’impero. Attonita. Distratta. Spenta. Mentre nelle vie del commercio restano in vendita sui banchi vasi di unguenti profumati che promettono gioventù eterna. Ed ori. E broccati. Che attendono invano i banchetti degli aspiranti invitati alle nozze degli dei. Paradiso perduto.

Vanità. Sola. Vanità. Serico fantasma che si aggirava per le rovine. Solitaria. In sottoveste frusciante di morbida nera seta preziosa. E candide curve. E capezzoli. E carezzevoli carni. Promessa di effimere gioie. Vanità. Fantasma disperato del piacere di un istante solitario. Vanità. Vuoto ectoplasma di un popolo scomparso. Evaporato. Cancellato nell’oblio…  vanità. Sola. Piangente. Si aggira. Folle. Impazzita. Lungo le vuote vie di marmo consumato. Ormai nudo il seno scoperto. Offerto alle pietre. Alle labbra colpevoli di puttini infoiati. Alle brame muscolose di algidi atleti di marmo. Spento. Gelido. Il corpo roso dai vermi. Sterile. Sola. Vanità. Impazzita. Folle città.

(Tratto da Poesie, Oscar Mondadori editori, Milano, 1961. A cura di Filippo Maria Pantani. Gli inserti in caratteri a colori sono di Pierperrone)

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